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Mercoledi, 22 novembre 2017
LA TUTELA DEI RAPPORTI SIGNIFICATIVI CON GLI ASCENDENTI

RELAZIONE  ROMA TRE 25/5/2017

LA TUTELA DEI RAPPORTI SIGNIFICATIVI CON GLI ASCENDENTI

 

La legge 54/2006, sull’affidamento condiviso, nella novella dell’art. 155 c.c., aveva inserito al comma 1, il diritto dei minori a “conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”; norma applicabile, in forza dell’art. 4 della legge medesima, a tutti i giudizi relativi alla crisi familiare, e quindi anche al divorzio, alla crisi della famiglia di fatto e all’annullamento del matrimonio. 

Più che riconoscere un vero e proprio diritto in capo agli ascendenti, veniva riconosciuto un diritto del minore al rapporto con i nonni e non viceversa.

Il quadro è stato significativamente innovato dalla riforma della filiazione (l. 219/2012 e d.lgs. 154/2013).

Ed infatti l’art. 315 bis c.c., introdotto dall’art. 1 comma 8 della l. 219/2012, prevede tra l’altro che “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”:  è evidente che tale disposizione è destinata a regolare non solo la sua fase patologica, cioè la rottura dell’unione tra i genitori , ma anche il rapporto fisiologico; oggi questa disposizione è da ritenersi  valida per ogni figlio a prescindere dall’esistenza del vincolo matrimoniale dei genitori.

Inoltre, l’art. 317 bis c.c. come sostituito dall’art. 42 d.lgs. 154/2013, in esecuzione della delega prevista dall’art. 2 della l. 219/2012, è stato espressamente dedicato ai “Rapporti con gli ascendenti”; esso dispone che “Gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. L’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore. Si applica l’articolo 336, secondo comma”.

La sistemazione della norma nell’ambito delle disposizioni in tema di filiazione in generale determina peraltro che tale diritto sorga al tempo della nascita del nipote e che la sua esistenza e tutela prescindano del tutto dalla presenza di una crisi tra i suoi genitori; pertanto si tratta del diritto a partecipare alla vita del nipote in modo stabile sin dalla sua nascita.

In tale quadro si inseriscono due pronunce molto importanti, quella della Suprema Corte di Cassazione sez.I del 19.1.2015 n.752 e quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo CEDU  del 20.1.2015. 

La sentenza della Cassazione riguarda il caso di una minore che ha perso la madre; la nonna materna agisce in giudizio dinanzi al Tribunale per i minorenni per vedere riconosciuto il suo diritto di visita, osteggiato dal padre; il Tribunale per i minorenni, sentita la bambina, respinge la domanda e la decisione è confermata dalla Corte di Appello.

Dinanzi la Corte Suprema di Cassazione viene evidenziato che “l’audizione del minore infradodicenne presuppone (anche) che lo stesso sia capace di discernimento in relazione alla sua età ed al grado di maturità. Il riscontro di tale capacità è devoluto al libero e prudente apprezzamento del giudice e non necessita di specifico accertamento positivo d'indole tecnica specialistica, anticipato rispetto al tempo dell'audizione. Tale capacità, peraltro, non può essere esclusa con mero riferimento al dato anagrafico del minore, se esso non sia di per sé solo univocamente indicativo in tale senso, ed invece può proprio presumersi in genere ricorrente, anche considerati temi e funzione dell'audizione, quando si tratti di minori per età soggetti ad obblighi scolastici e, quindi, normalmente in grado di comprendere l'oggetto del loro ascolto e di esprimersi consapevolmente, come d'altra parte nella specie anche confermato dal tenore delle trascritte dichiarazioni rese dalla bambina d'età scolare, sia in sede giudiziale che nel corso della successiva indagine affidata dai giudici del reclamo ai servizi sociali.”

Sul punto del diritto di visita dei nonni la Suprema Corte conferma quanto già espresso dalla Corte di Appello, che non aveva negato l’astratta legittimazione ad agire della nonna ma aveva irreprensibilmente valorizzato l'interesse del minore.

Ed infatti, le norme sul diritto dei minori di conservare “rapporti significativi con gli ascendenti non attribuiscono a questi ultimi un autonomo diritto di visita, ma introducono un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione dei provvedimenti da adottare nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto del minore ad una crescita serena ed equilibrata. In altri termini è la prospettiva del minore, e non quella dell’ascendente, a dovere essere apprezzata e tutelata, in conformità ai principi generali vigenti in materia di provvedimenti relativi ai minori. Con tale pronuncia si consolida un orientamento inteso a riconoscere rilevanza all’interesse dei nonni solo in quanto funzionale alla serena crescita del minore e quindi al paradigma fondamentale dell’interesse del minore medesimo.

Ben diverso il caso affrontato da CEDU (20.1.2015, Manuello e Nevi c. Italia); e diversa è anche la soluzione.

Caso

Un uomo e una donna si sposano nel 1996 e dopo un anno nasce una figlia; all’inizio vivono in una casa appartenente ai nonni paterni, sita vicino al domicilio di questi ultimi; anche dopo il trasloco in un altro appartamento, la minore continua a frequentare regolarmente i nonni nella cui casa conserva una camera e i suoi giochi.

Nel 2002 la moglie chiede la separazione con addebito al marito; il quale viene anche subito dopo denunciato dalla scuola materna frequentata dalla bambina, per sospette molestie sessuali. Contemporaneamente, la moglie chiede la decadenza dalla potestà al Tribunale per i minorenni.

Da questo momento in poi sostanzialmente i nonni paterni non vedono più la nipote. Il padre, nel 2006, viene assolto dall’accusa penale perché il fatto non sussiste. Nel frattempo, i nonni paterni ricorrono al Tribunale per i minorenni chiedendo di vedere la nipote. Per due anni i contatti tra la bambina e i nonni avvengono solo tramite i servizi sociali con telefonate e lettere, in seguito i nonni chiedono di poterla incontrare, dichiarandosi disponibili a frequentare corsi appositi per prepararsi all’evento. A febbraio 2006 il Tribunale autorizza gli incontri ogni quindici giorni alla presenza dei servizi sociali incaricando i servizi stessi e la psicologa di relazionare entro giugno 2006. Nel giugno 2006, la psicologa che segue la bambina per conto del Tribunale chiede al giudice di sospendere la decisione sugli incontri con i nonni, motivando sulla circostanza che la minore avrebbe mostrato un senso di paura e di angoscia nei confronti del padre e poiché la figura dei nonni era ancora associata a quella del padre, aveva espresso il proprio rifiuto di incontrarli; segnala anche che i nonni avevano mostrato difficoltà ad avere una posizione autonoma rispetto al figlio e a comprendere le ragioni del disagio della nipote. Analoghe richieste formulano i servizi sociali.

Nel 2007 il Tribunale per i minorenni di Torino dichiara non luogo a provvedere in ordine alla domanda di decadenza del padre dalla potestà genitoriale sulla figlia minore proposta dalla madre ex art. 330 c.c., ma dispone la sospensione dei rapporti della minore con i nonni paterni. 

Contro il provvedimento, questi ultimi propongono reclamo sostenendo che il Tribunale aveva omesso di valutare che nel maggio 2006 il padre era stato assolto dalle accuse di abuso sessuale e contestano che la bambina abbia manifestato un’effettiva volontà di non incontrarli. Con decreto del 29 aprile 2008, la Corte di Appello di Torino respinge il reclamo, in quanto l’assoluzione del padre non cambia la valutazione dei traumi subiti dalla minore in relazione alla figura paterna e di riflesso anche nei confronti dei nonni, la cui figura la bambina non riesce a scindere da quella del padre. I nonni ricorrono, infine, in Cassazione che con decisione del 17.6.2009 dichiara inammissibile la domanda.

A questo punto i nonni paterni non si rassegnano e adiscono la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo denunciando la violazione dell’art. 8 CEDU e del diritto da esso previsto al rispetto della vita familiare sia per l’eccessiva durata del processo davanti al tribunale minorile sia per il mancato intervento delle autorità italiane contro la condotta ostativa dei servizi sociali che non avrebbero messo in esecuzione la decisione del Tribunale che autorizzava gli incontri; lamentano inoltre la violazione dell’art.6 Cedu circa la decisione de Tribunale di sospendere gli incontri.

La Corte prende in esame unicamente le dedotte violazioni dell’art. 8 CEDU ed accoglie il ricorso argomentando attraverso vari passaggi e soprattutto richiamando una propria consolidata giurisprudenza secondo la quale l’art. 8 non si limita a prevenire ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici nella vita familiare ma impone agli stessi di intraprendere azioni positive e che garantiscano il rispetto effettivo della vita familiare nonchè di predisporre strumenti giuridici volti a garantire l’effettività dei diritti degli interessati e in particolare il rapporto con i minori, anche nella crisi della coppia.

La Corte rileva che l’impossibilità di vedere i nipoti da parte dei nonni è dipesa, da un lato, da mancanza di diligenza delle autorità competenti e, in secondo luogo, dalla decisione delle stesse di sospendere gli incontri.

Nello specifico ecco come argomenta la Corte “i ricorrenti non hanno potuto vedere la nipote per dodici anni, e hanno costantemente cercato un riavvicinamento con la bambina, attenendosi alle prescrizioni dei servizi sociali e degli psicologi. E’ chiaro che non è stato sufficiente mantenere una qualche forma di contatto tra nonni e nipote e il ritardo nel riavvicinamento ha avuto una conseguenza molto grave: la rottura totale del loro rapporto”.

Occorre rammentare che nella giurisprudenza della CEDU in suddetta materia assume notevole rilievo il “fattore tempo”, in quanto il figlio minore è persona in età evolutiva: da una parte, la prognosi sul suo sviluppo psico-fisico deve essere, quindi, operata in una prospettiva di maturazione complessiva nel lungo periodo, essendo di per sé una valutazione a breve termine contraria al di lui interesse; dall'altra, l'inutile decorso del tempo senza che il minore possa ricongiungersi ai propri genitori — se adeguati e idonei — da addebitarsi alla lunghezza processuale o all'inadeguatezza delle misure attuate, è di per sé contrario all'interesse del minore perché intrinsecamente inconciliabile con le sue tappe evolutive e, quindi, dannoso.

La decisione è quindi indubbiamente significativa per l’aspetto in cui sembra parificare la relazione tra genitori e figli a quella tra nonni e nipoti e dare una valenza assoluta al diritto degli ascendenti senza che compaiano significativi riferimenti all’interesse del minore proprio del caso concreto.

 

Avv. Clelia Aulicino