Studio legale Picozzi Morigi
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Mercoledi, 22 novembre 2017
Risarcibilità del danno da perdita di chances

 

RISARCIBILITA' DEL DANNO DA PERDITA DI CHANCES : IL MEDICO RISPONDE DI OMESSA DIAGNOSI ANCHE PER ELEMENTI CHE ESULANO DAL PROPRIO AMBITO DI SPECIALIZZAZIONE

 

Un paziente si ricoverò presso una Casa di Cura perché affetto da gonartrosi, malattia degenerativa dell'articolazione del ginocchio che colpisce soprattutto gli anziani. Venne sottoposto ai consueti esami di routine tra cui una radiografia al torace dalla quale emerse la presenza di una formazione nodulare al polmone sinistro tanto evidente da suggerire un approfondimento diagnostico tramite TAC.
Tale suggerimento venne ribadito e trascritto nel foglio di consenso informato all'anestesia sottoposto al paziente il giorno prima dell'operazione al ginocchio.
Successivamente il paziente venne operato dal chirurgo ortopedico, il quale non diede alcuna rilevanza alla segnalazione.
Trascorso meno di un mese dalla dimissione, il paziente, che nel frattempo aveva perso circa venti chili e lamentava forti dolori al torace, tornò presso la casa di cura per un controllo.
Neanche in questa occasione il chirurgo ritenne di eseguire l’approfondimento diagnostico.
Il paziente si rivolse allora al proprio medico curante e, su prescrizione di quest’ultimo, eseguì una radiografia al torace dalla quale emerse un tumore al polmone, ormai in stadio troppo avanzato per poter essere curato.
Ed infatti tale patologia provocò dopo pochi mesi il decesso del paziente.
I figli del defunto introdussero quindi un giudizio dinanzi il Tribunale di Brescia, contro il chirurgo ortopedico, la casa di cura e, infine, la compagnia assicurativa della clinica, per aver detti soggetti omesso di valutare appieno le risultanze mediche che, già prima dell'operazione al ginocchio, avevano evidenziato la presenza di una formazione anomala meritevole di approfondimento.
Se, infatti, fossero state ragionevolmente valutate, ciò avrebbe consentito un intervento tempestivo, ovvero evitato l’intervento al ginocchio estremamente debilitativo.
Il Giudice di merito respinse la domanda ritenendo che:
1)    la neoplasia polmonare non rientrava nell'ambito di conoscenza professionale e di competenza del chirurgo ortopedico;
2)    il controllo eseguito all’esito dell’intervento aveva – giustamente – ad oggetto solo ed esclusivamente le conseguenze dirette dell'operazione.
La Corte di Appello di Brescia confermò la sentenza di primo grado ritenendo non provato il nesso causale tra l’omessa diagnosi e l’aggravamento della neoplasia, peraltro casualmente scoperta durante esami routinari. In aggiunta ritenne impossibile dimostrare che il tempestivo approfondimento dell'anomalia avrebbe salvato o prolungato la vita al paziente.
Riassumendo, secondo la Corte di Appello, non era stata raggiunta la prova, incombente sugli attori, sul nesso causale tra l'omessa diagnosi e il verificarsi o l'anticiparsi dell'evento morte.
Da qui il ricorso dinanzi la Suprema Corte di Cassazione la quale accolse uno dei due motivi di censura della sentenza di secondo grado, rinviando pertanto la causa alla Corte di Appello in nuova composizione.
La Suprema Corte coglie l’occasione di ribadire il principio dell’onere della prova in materia di responsabilità contrattuale da inadempimento secondo il quale, anche in ipotesi estranea alla responsabilità da contatto sociale, grava sul convenuto la prova in ordine all’impossibilità della prestazione per causa a lui non imputabile.
Secondo la Corte inoltre l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale si sarebbe potuto intervenire anche se solo con intervento palliativo, determina un danno alla persona.
Precisa infatti che il ritardo nell’esecuzione della prestazione medica, impedisce al malato di fruire del sollievo, seppur minimo e quindi di un’alleviarsi della sua sofferenza, ancorché l’intervento non sia decisivo per la sua guarigione.
Con tale decisione la Corte riconosce l'esistenza e la risarcibiltà del danno da perdita di chances all'interno di un rapporto contrattuale di natura pura, e quindi al di fuori della normale cornice della responsabilità medica da contatto sociale.
Resta da chiedersi se ci si trovi di fronte ad un ragionevole tentativo della Corte di indirizzare l'operato dei sanitari verso una modalità omnicomprensiva di diagnosi che non permetta di tralasciare evidenze seppur provenienti da settori non direttamente pertinenti al loro ambito di specializzazione, o ad una eccessiva dilatazione della loro sfera di responsabilità non rispondente al principio di colpevolezza che permea tutti  i rami dell'ordinamento giuridico.
Cassazione civile , sez. III, sentenza 23.05.2014 n° 11522
 
Dott.ssa silvia Morigi