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Giovedi, 27 luglio 2017
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14-06-2017

Contratto di distribuzione commerciale in Italia - nuovi chiarimenti della Suprema Corte di Cassazione

 

In una recente pronuncia la seconda sezione della Suprema Corte di Cassazione ha riaffrontato il tema del contratto di distribuzione commerciale, noto in Italia anche come “Contratto di Concessione di Vendita”. Data la frequenza con cui questo contratto viene concluso con gli operatori esteri ne proponiamo di seguito un brevissimo commento. 

La pronuncia (Cass. civ. sez.II, 27 Febbraio 2017, n. 4948 testo integrale in lingua italiana) interviene sia la natura del contratto in questione, sia chiarendo i limiti delle obbligazioni in capo alle parti del contratto, interessando quindi sia  i giuristi, come i possibili contraenti italiani e cinesi. Le specificazioni che seguono valgono in particolare dove la legge del contratto sia quella Repubblica Italiana e i diritti relativi allo stesso, come ad esempio l’esecuzione o risoluzione di tale accordo, siano portati all’attenzione del giudice nazionale.

1. Premessa

Il contratto di distribuzione commerciale in Italia è considerato contratto atipico (ossia non espressamente regolato dal diritto civile nazionale); in uso nelle pratiche commerciali, viene frequentemente concluso anche tra contraenti domestici ed esteri. Nel caso specifico, le parti contraenti interessate dalla pronuncia della Corte, sono una società italiana ed una austriaca. 

La società italiana (o “concedente”) ha citato in giudizio la società austriaca (“distributrice”) chiedendo la risoluzione del contratto di distribuzione commerciale per inadempimento della società austriaca richiedendone anche la condanna della stessa al risarcimento dei danni. Secondo quanto dedotto in giudizio dalla società Italiana, il contratto di distribuzione commerciale imponeva alla distributrice di svolgere l'attività di promozione e vendita di prodotti acquistati dalla concedente con l'obbligo del raggiungimento di quantitativi minimi di vendita; la stessa concedente ha inoltre contestato alla società austriaca di aver interrotto unilateralmente il rapporto commerciale, cessando di acquistare e vendere i suoi prodotti. La società austriaca, ammettendo di aver interrotto l'esecuzione del contratto di distribuzione commerciale, ha contestato gli inadempimenti della società concedente per aver violato il patto di esclusiva concesso per il territorio austriaco. La società convenuta pertanto ha specificato di aver risolto il contratto di propria iniziativa e per questa ragione ha richiesto al tribunale, in via riconvenzionale, di accertare la risoluzione del rapporto negoziale per inadempimento della società italiana con condanna di quest'ultima al risarcimento dei danni. Il giudizio di primo grado è stato reso in favore della società italiana concedente. 

La società austriaca ha così proposto appello averso tale sentenza sfavorevole. Il giudice d’appello, riformando parzialmente la sentenza di primo grado ha rigettato la domanda della società italiana ritenendo questa fosse fondata sull'eccezione di inadempimento della distributrice, per il suo mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. La Corte d'Appello ha tuttavia rilevato che il contratto non prevedeva in favore della concedente alcun risarcimento del danno per l'ipotesi di mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. La clausola contrattuale presa in esame, infatti, conferiva alla società italiana soltanto il diritto a porre termine al rapporto negoziale. La domanda di risoluzione proposta dalla società austriaca per violazione del patto di esclusiva è stata anch’essa rigettata dal giudice d'appello.

La società italiana ha pertanto proposto ricorso per Cassazione, lamentando che la domanda di risoluzione del contratto doveva ritenersi fondata sull'inadempimento derivante dal recesso operato dalla società austriaca che aveva di fatto interrotto gli acquisti della merce e non sul mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita, come invece rilevato dal giudice d'appello.

 

2. Decisione della Corte di Cassazione

In primo luogo, la Corte di Cassazione ha confermato che il contratto di distribuzione commerciale (o concessione di vendita) è un contratto atipico di scambio (ad es. tra parte A e parte B, dove la seconda si occuperà in seguito di promuovere la vendita ad altri soggetti, ancora ad es. in un determinato territorio) che va distinto dal contratto di Agenzia, dove il profilo della collaborazione tra “parte A” e “parte B” è la caratteristica principale.

La Corte ha specificato inoltre, che il contratto ha natura di “contratto normativo” da cui derivano determinati obblighi per la parte a cui per prima i beni vengono trasferiti, la quale dovrà tenere conto delle condizioni determinate nel contratto di distribuzione commerciale, nel concludere i futuri contratti di compravendita. Secondo la Corte, quindi, il contratto di distribuzione commerciale ha funzione di “accordo quadro” che regola i futuri contratti con i soggetti esterni al rapporto.

Il concedente, “parte B” nel nostro esempio, ha inoltre l’obbligo di incrementare la commercializzazione dei prodotti secondo le istruzioni impartite dal concedente, sempre considerando quanto stabilito dalle parti nelle clausole dell’accordo.

La corretta esecuzione di tali obblighi determina il corretto adempimento del contratto in questione, e in caso contrario, potrà dare luogo alla risoluzione per inadempimento, con la possibilità di richiedere quindi il risarcimento del danno.

Nel caso concreto era stato previsto un “minimo d’affari”, un limite minimo di vendite. 

Sul punto la Corte ha specificato che il mancato raggiungimento di tali obbiettivi, per poter dar luogo al risarcimento, debba essere considerato dalle parti di importanza tale da determinare la risoluzione del contratto, e che questo debba risultare dalle specifiche previsioni delle parti e dal loro comportamento concreto. 

Esaminato il contratto, la Suprema Corte ha così evidenziato che il mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita non era stato valutato dalle parti come evento di una importanza tale da determinare la risoluzione del contratto e che questa ipotesi – sempre per il volere delle parti - avrebbe conferito al concedente soltanto il diritto a porre termine al negozio.

In ogni caso, la Corte richiamando l’art. 1455 del Codice Civile  secondo il quale “A fronte della proposizione di una domanda di risoluzione per inadempimento fondata sul verificarsi di determinate conseguenze pregiudizievoli per il creditore, il giudice deve tener conto della condotta tenuta dal debitore e dalla capacità di questa di favorire la consumazione di tali conseguenze, ai fini della valutazione dell'importanza dell'inadempimento”  ha affermato che la distributrice austriaca doveva comunque ritenersi inadempiente rispetto all'obbligo di promuovere e vendere i prodotti acquistati dalla società italiana.

 

Considerando quanto sopra, dovrebbe essere chiara l’importanza di una redazione oculata del contratto in questione al fine di tutelare pienamente questo tipo di transazioni commerciali. 

Ricordando lo scopo puramente informativo di questo tipo di notizie, invitiamo a considerare a vostra disposizione il nostro staff al fine di ricevere assistenza sul punto, come per qualsiasi chiarimento.

 

 

Newsletter 4/17

27-04-2017

 

 

Newsletter 4/17

 

Investire in Italia: permesso di soggiorno speciale per investitori stranieri

La legge di bilancio 2017, ha introdotto un nuovo permesso di soggiorno speciale della durata di 2 anni (rinnovabile per ulteriori 3, dietro determinate condizioni) con la possibilità per i familiari del beneficiario di ottenere il relativo ricongiungimento familiare; le modifiche introdotte a fine 2016, sono attualmente in vigore. 

Il Testo Unico dell’Immigrazione, la legge italiana regolante l’ingresso in Italia di cittadini stranieri, è stata modificata, inserendo un nuovo articolo che prevede un tipo di permesso speciale “per investitori”. Il nuovo permesso di soggiorno biennale non segue gli ordinari limiti annuali ai flussi di immigrazione regolati dal Ministero dell’Interno, e quindi sarà indipendentemente e immediatamente rilasciato ai cittadini stranieri che intendano effettuare in Italia:

  •  -  Un investimento minimo di EUR 2.000.000,00 (≈ RMB 14.694.000,00) in titoli emessi dal Governo Italiano (investendo per almeno 2 anni); o
  •  -  Un investimento minimo di EUR 1.000.000,00 (≈ RMB 7.347.000,00) in azioni di una società costituita e operante in Italia, (anche in questo caso, per almeno 2 anni); o
  •  -  Un investimento minimo di EUR 50.000 (≈ RMB 367.350,00) in azioni di startup-innovative iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. Per maggiori informazioni su “start-up VISA” e start-up innovative sono a vostra disposizione i recenti legal report dello studio legale P&M; o ancora
  •  -   Una donazione di carattere filantropico minimo EUR 1,000,000.00 a sostegno di un progetto di pubblico interesse, nei settori della cultura, istruzione, gestione dell’immigrazione, ricerca scientifica, recupero beni culturali e paesaggistici.

Al fine di avviare le pratiche, la legge oltre alla sussistenza di almeno di una delle condizioni A-D, richiede di:

  •  -   Dimostrare di essere titolari e beneficiari effettivi degli importi minimi (es. 1 milione di Euro per lettere B e D), importo che, specifica la legge, “deve essere in ciascun caso disponibile e trasferibile in Italia”.
  •  - Presentare una dichiarazione scritta in cui il richiedente si impegna a utilizzare i fondi di cui alle lettere A-D per effettuare un investimento/donazione, entro tre mesi dalla data di ingresso in Italia.

Le attività di verifica e il procedimento sono regolati mediante decreti separati. La dichiarazione scritta va presentata insieme con la certificazione di provenienza lecita dei fondi ed una copia del documento di viaggio in corso di validità con scadenza superiore di almeno tre mesi a quella del visto richiesto.

Le autorità possono revocare il permesso se i fondi non sono investiti o donati entro il termine specificato al punto 2, come altresì su richiesta dell’interessato possono estendere il permesso per successivi 3 anni se la somma è stata interamente impiegata nel corso dei 3 mesi previsti e risulta ancora investita al momento della richiesta di estensione.

Infine, chiunque nell’ambito della procedura esibisce o trasmette atti e documenti falsi ovvero fornisce dati e notizie non corrispondenti al vero, è punibile, secondo il medesimo articolo di legge, con la reclusione da 1 anno e 6 mesi fino a 6 anni.

 

 

 

 

Newsletter 4/16

11-05-2016

Pechino approva la legge di riforma sulle NGOs estere operanti in Cina.

 

Il 28 Aprile c.a. il National People Congress, ha approvato la legge di riforma delle non-governmental organizations estere che esercitano la loro attività nel territorio della Repubblica Popolare. La nuova legge, in inglese per esteso “Overseas NGOs’ Domestic Activities Management Law”, entrerà in vigore il giorno 1 Gennaio 2017. La riforma muta profondamente il quadro attuale non solo riguardo alle regole relative all’iter di autorizzazione e registrazione, ma anche riscrivendone i limiti entro cui esse possono operare; inclusa la loro interazione con le NGOs locali, uno dei temi centrali e piú discussi del nuovo testo di legge. In generale va detto, il testo legislativo non è stato accolto all’unanimità – il parere negativo in merito è stato espresso sopratutto da esponenti della comunità internazionale delle NGOs che hanno definito la riforma come draconiana – sin dal momento della pubblicazione delle bozze, avvenuta la scorsa primavera. Tralasciando ulterirori valutazioni circa l’impatto socio-politico della norma, sia per ragioni di sintesi, sia poichè molto è già stato scritto, resta evidente ed innegabile – data la portata delle previsioni normative introdotte con il nuovo testo - che la riforma sia deputata a cambiare sensibilmente il destino delle NGO estere in territorio cinese.

 

Di seguito le principali novità:

 

1) La legge individua in via preliminare le aree (ad es: ambito economico, scientifico - tecnologico, dell’educazione, ambientale, etc.) entro le quali le NGOs potranno operare, lasciando espressamente in via secondaria, al Ministry of Public Security (中华人民共和国公安部)  la facoltà di specificarne ulteriormente i limiti di operatività. In proposito, il Ministero – mediante i suoi portavoce – ha chiarito che in ragione del numero considerevole delle NGOs attualmente operanti in Cina (stimate in 10.000 enti) e vista l’ampiezza dei campi in questione, alla definizione dei limiti provvederà progressivamente nei prossimi mesi, presumibilmente mediante autonomi regolamenti.

2) In ragione di quanto sopra, il Ministry of Public Security subentrerà nella gestione delle procedure di approvazione, registrazione & rinnovo delle autorizzazioni concesse alle NGOs estere, ad oggi di competenza del Ministry of Civil Affair. Detto organo e i suoi funzionari ed uffici perciò eserciteranno pieni poteri di sorveglianza e controllo (preventivi e successivi) sullo svolgimento procedimento, come attualmente li esercitano sulle “organizzazioni non governative” cinesi. Inoltre, l’iter burocratico e il volume di documenti richiesti per la registrazione (e di conseguenza per la successiva amministrazione) degli enti oggetto della riforma, incrementeranno notevolmente a seguito dell’entrata in vigore del testo. Rispetto al regime previgente quindi, si avrà un sistema più rigoroso nel controllo iniziale esercitato sulle NGOs estere, di fatto parificandone le condizioni a quelle a cui ad oggi sono sottoposte le corrispondenti NGO cinesi.

3) Il testo riconosce inoltre speciali poteri agli organi di polizia - che fanno capo al medesimo ministero - al fine di poter meglio vigilare sull’operato delle NGOs estere. Sul punto, sono state espresse le maggiori perplessità, sopratutto circa la facoltà ed il limite nell’esercizio di tali poteri. In particolare, riguardo al nuovo potere speciale di natura inibitoria, che permette di sospendere –temporaneamente o definitivamente - in via coercitiva l’operato di una NGO, il requisito all’esercizio è stabilito in maniera vaga dal testo di legge ed è rinvenibile in una generica invocazione alla tutela della “pubblica sicurezza” che ben si potrebbe prestare ad un interpretazione quantomeno lata.

4) Nel nuovo testo infine, rispetto alla disciplina previgente –come anticipato - sono specificate e limitate le modalità di collaborazione / interazione tra le NGOs estere e quelle locali. Scelta significativa, perché fino ad oggi, la collaborazione con gli enti esteri era fondamentale (secondo alcuni) per la sussistenza economica delle NGOs cinesi, le prime infatti erano più facilitate rispetto alle seconde, poiché soggette a normativa differenziata e limiti più elastici, nel reperimento di fondi (c.d. fundraising), che poi ripartivano con le organizzazioni non-governative locali.

 

Si noti infine, che data la genericità nella formulazione del testo di legge (caratteristica ormai fisiologica delle leggi della RPC) per poter apprezzare appieno la reale entità del cambiamento apportato dalla riforma, bisognerà attendere l’entrata in vigore del testo (e la conseguente formazione della imprescinbile prassi burocratica) nonché l’emanazione degli atti normativi complementari; tra tutti, i preannunciati regolamenti del ministero della pubblica sicurezza, che saranno (come detto) in assoluto i più rilevanti, considerando la preminenza riconosciuta a tale ministero dalla nuova disciplina.


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