Studio legale Picozzi Morigi
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Giovedi, 16 agosto 2018
Newsletter Cina

Newsletter 1/18

25-04-2018

Newsletter 1/18

Aggiornamento deiPrincipi di Diritto Civile della Repubblica Popolare Cinese

I cambiamenti più significativi dell’ultimo anno, in attesa del codice civile.

L’attuazione del Codice Cinese è pianificata per il 2020. Il primo passo nella reorganizzazione del sistema civilistico, è partita lo scorso 15 marzo con l’emanazione da parte dell’Assemblea Nazionale del Popolo delle General Provisions of the PRC Civil Law (中华人民共和国民法总则  in breve “General Provisions”, in vigore dal primo ottobre 2017). Le General Provisions hanno riformulato il nucleo duro del diritto civile cinese, che prima dell’emanazione era regolato dai “Principi Generali del Diritto Civile” del 1986, i quali erano stati a loro volta recentemente riformati, se pur in misura lieve (nel 2009). Le General Provision, che sono state espressamente definite come il capitolo d’apertura del codice civile, hanno esteso la copertura delle previsioni preesistenti, che riguardavano i principi generali del diritto civile, i diritti civili, regole base per gli atti e i procedimenti civili, agenzia e responsabilità civile. La nuova formulazione consiste in 11 capitoli e 206 articoli (dove in precedenza la materia era regolata da 9 capitoli e 156 articoli).

Di seguito proponiamo un riassunto di importanti cambiamenti operati dalla nuova norma che possono interessare le società che operano nel sistema cinese.

§  Classificazione delle persone giuridiche

La riforma ha disposto una nuova classificazione delle persone giuridiche che sono ora suddivise (dal capitolo III delle Provisions) in tre distinte categorie: (i) for-profit, (ii) non-profite (iii) persona giuridica speciale. Sono for-profittutte le entità giuridiche costituite con il proposito di generare profitto e distribuirne gli utili ai propri soci ovvero ad altri investitori. Sono considerate non-profit, quelle entità che operano nel ambito del pubblico interesse o attività socialmente utili e che non distribuiscono proventi ad alcun fondatore o membro. Il terzo genere più peculiare, ossia le persone giuridiche speciali, sono tutte quelle entità governative locali, rurali o urbane, collettive o cooperative ed altri enti a questi parificabili, definiti dalla legge.

§  Protezione dei dati personali

I Principi Generali del 1986 riconoscevano solamente il diritto alla privacy degli individui. La riforma dell’anno passato ha introdotto la protezione dei dati personali attraverso la disciplina del trattamento. Infatti, l’articolo 111 delle General Provisions stabilisce che la cessione o l’acquisto, il trasferimento e la raccolta dei dati personali debba essere operata secondo i criteri stabiliti dalla leggee che la stessa debba provvedere circa la sicurezza della circolazione degli stessi.

 

§ Estensione del termini generali di prescrizione

La disciplina dei Principi Generali del 1986 prevedeva un termine generale di due anni per l’esercizio del diritto al termine del quale lo stesso operava la prescrizione. Tale termine è stato però esteso a 3 anni  con la citata riforma del 2017 ad opera delle General Provisions,  sul punto si segnala che si tratta di un termine residuale, in quanto la legge stessa specifica che tale termine opera solamente laddove non esista una normativa speciale sul punto. In relazione a quanto appena detto, si ricorda il termine di quattro anni stabilito dalla Legge dei Contratti della Repubblica Popolare Cinese all’art. 129, per i contratti di vendita internzionale di beni (e per i contratti trasferimento tecnologico) a decorrere dal giorno in cui la parte ha scoperto o avrebbe dovuto scoprire la compressione dei propri diritti relativi al contratto.

 

 

Newsletter 6/17

05-09-2017

Secondo semestre 2017, Startup Updates –  Nuova facoltà di modificazione semplificata di atto costitutivo e statuto di startup costituite con procedura online e firma digitale.

L’italia prosegue nella sua corsa alla creazione di un ambiente startup friendly.  La nuova facoltà di modifica dell’atto costitutivo e dello statuto prende le mosse dal decreto Mise 17 febbraio 2016 che ha istituito le modalità semplificate di costituzione per le c.d. Startup Innovative. Dal 22 giugno 2017, le startup così costituite, possono modificare tali atti online con la medesima procedura adottata per la costituzione, ossia mediante semplice firma digitale. La modifica era stata anticipata dal cd. Investment Compact - in cui si stabiliva non soltanto che le startup innovative potessero optare per costituirsi con firma digitale (risparmiando in tal modo tempo e costi derivanti dalla costituzione mediante ordinario atto pubblico sottoscritto presso un notaio) ma anche che, l’atto costitutivo e lo statuto potessero essere modificati successivamente online secondo un modello uniforme adottato con decreto del Ministro dello sviluppo economico – l’ultima parte della disposizione ha trovato la sua attuazione lo scorso 4 maggio con l’emissione del Decreto Direttoriale sul punto.

Si segnala inoltre che la normativa relativa alle Startup, implementata dall’Italia dal 2012 ad oggi (di cui più volte si è discusso in questa rubrica) si è aggiudicata la medaglia d’argento in Europa secondo il “policy tracker” dell’European Digital Forum. L’Italia nel 2016 è quindi salita sul podio davanti ad Inghilterra, Spagna e Francia preceduta solo dall’Olanda. Il giudizio verteva sulle capacità dei vari Stati di fornire sostegno alla startup economy valutando: formazione, accesso al capitale, agevolazioni fiscali, dati & privacy e mobilità dei lavoratori. Sono stati presi in considerazione gli sforzi compiuti in questo senso nel corso degli ultimi 5 anni.

A prescindere dal piazzamento in Europa, la necessità di sviluppare un’economia nazionale dinamica e le capacità di attrarre investitori esteri risultano ad oggi imprescindibili, il complesso delle norme startup tende proprio in questa direzione, rimaniamo quindi in attesa di discutere con voi gli ulteriori sviluppi della normativa sul punto.

 

Newsletter 5/17

14-06-2017

Contratto di distribuzione commerciale in Italia - nuovi chiarimenti della Suprema Corte di Cassazione

 

In una recente pronuncia la seconda sezione della Suprema Corte di Cassazione ha riaffrontato il tema del contratto di distribuzione commerciale, noto in Italia anche come “Contratto di Concessione di Vendita”. Data la frequenza con cui questo contratto viene concluso con gli operatori esteri ne proponiamo di seguito un brevissimo commento. 

La pronuncia (Cass. civ. sez.II, 27 Febbraio 2017, n. 4948 testo integrale in lingua italiana) interviene sia la natura del contratto in questione, sia chiarendo i limiti delle obbligazioni in capo alle parti del contratto, interessando quindi sia  i giuristi, come i possibili contraenti italiani e cinesi. Le specificazioni che seguono valgono in particolare dove la legge del contratto sia quella Repubblica Italiana e i diritti relativi allo stesso, come ad esempio l’esecuzione o risoluzione di tale accordo, siano portati all’attenzione del giudice nazionale.

1. Premessa

Il contratto di distribuzione commerciale in Italia è considerato contratto atipico (ossia non espressamente regolato dal diritto civile nazionale); in uso nelle pratiche commerciali, viene frequentemente concluso anche tra contraenti domestici ed esteri. Nel caso specifico, le parti contraenti interessate dalla pronuncia della Corte, sono una società italiana ed una austriaca. 

La società italiana (o “concedente”) ha citato in giudizio la società austriaca (“distributrice”) chiedendo la risoluzione del contratto di distribuzione commerciale per inadempimento della società austriaca richiedendone anche la condanna della stessa al risarcimento dei danni. Secondo quanto dedotto in giudizio dalla società Italiana, il contratto di distribuzione commerciale imponeva alla distributrice di svolgere l'attività di promozione e vendita di prodotti acquistati dalla concedente con l'obbligo del raggiungimento di quantitativi minimi di vendita; la stessa concedente ha inoltre contestato alla società austriaca di aver interrotto unilateralmente il rapporto commerciale, cessando di acquistare e vendere i suoi prodotti. La società austriaca, ammettendo di aver interrotto l'esecuzione del contratto di distribuzione commerciale, ha contestato gli inadempimenti della società concedente per aver violato il patto di esclusiva concesso per il territorio austriaco. La società convenuta pertanto ha specificato di aver risolto il contratto di propria iniziativa e per questa ragione ha richiesto al tribunale, in via riconvenzionale, di accertare la risoluzione del rapporto negoziale per inadempimento della società italiana con condanna di quest'ultima al risarcimento dei danni. Il giudizio di primo grado è stato reso in favore della società italiana concedente. 

La società austriaca ha così proposto appello averso tale sentenza sfavorevole. Il giudice d’appello, riformando parzialmente la sentenza di primo grado ha rigettato la domanda della società italiana ritenendo questa fosse fondata sull'eccezione di inadempimento della distributrice, per il suo mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. La Corte d'Appello ha tuttavia rilevato che il contratto non prevedeva in favore della concedente alcun risarcimento del danno per l'ipotesi di mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. La clausola contrattuale presa in esame, infatti, conferiva alla società italiana soltanto il diritto a porre termine al rapporto negoziale. La domanda di risoluzione proposta dalla società austriaca per violazione del patto di esclusiva è stata anch’essa rigettata dal giudice d'appello.

La società italiana ha pertanto proposto ricorso per Cassazione, lamentando che la domanda di risoluzione del contratto doveva ritenersi fondata sull'inadempimento derivante dal recesso operato dalla società austriaca che aveva di fatto interrotto gli acquisti della merce e non sul mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita, come invece rilevato dal giudice d'appello.

 

2. Decisione della Corte di Cassazione

In primo luogo, la Corte di Cassazione ha confermato che il contratto di distribuzione commerciale (o concessione di vendita) è un contratto atipico di scambio (ad es. tra parte A e parte B, dove la seconda si occuperà in seguito di promuovere la vendita ad altri soggetti, ancora ad es. in un determinato territorio) che va distinto dal contratto di Agenzia, dove il profilo della collaborazione tra “parte A” e “parte B” è la caratteristica principale.

La Corte ha specificato inoltre, che il contratto ha natura di “contratto normativo” da cui derivano determinati obblighi per la parte a cui per prima i beni vengono trasferiti, la quale dovrà tenere conto delle condizioni determinate nel contratto di distribuzione commerciale, nel concludere i futuri contratti di compravendita. Secondo la Corte, quindi, il contratto di distribuzione commerciale ha funzione di “accordo quadro” che regola i futuri contratti con i soggetti esterni al rapporto.

Il concedente, “parte B” nel nostro esempio, ha inoltre l’obbligo di incrementare la commercializzazione dei prodotti secondo le istruzioni impartite dal concedente, sempre considerando quanto stabilito dalle parti nelle clausole dell’accordo.

La corretta esecuzione di tali obblighi determina il corretto adempimento del contratto in questione, e in caso contrario, potrà dare luogo alla risoluzione per inadempimento, con la possibilità di richiedere quindi il risarcimento del danno.

Nel caso concreto era stato previsto un “minimo d’affari”, un limite minimo di vendite. 

Sul punto la Corte ha specificato che il mancato raggiungimento di tali obbiettivi, per poter dar luogo al risarcimento, debba essere considerato dalle parti di importanza tale da determinare la risoluzione del contratto, e che questo debba risultare dalle specifiche previsioni delle parti e dal loro comportamento concreto. 

Esaminato il contratto, la Suprema Corte ha così evidenziato che il mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita non era stato valutato dalle parti come evento di una importanza tale da determinare la risoluzione del contratto e che questa ipotesi – sempre per il volere delle parti - avrebbe conferito al concedente soltanto il diritto a porre termine al negozio.

In ogni caso, la Corte richiamando l’art. 1455 del Codice Civile  secondo il quale “A fronte della proposizione di una domanda di risoluzione per inadempimento fondata sul verificarsi di determinate conseguenze pregiudizievoli per il creditore, il giudice deve tener conto della condotta tenuta dal debitore e dalla capacità di questa di favorire la consumazione di tali conseguenze, ai fini della valutazione dell'importanza dell'inadempimento”  ha affermato che la distributrice austriaca doveva comunque ritenersi inadempiente rispetto all'obbligo di promuovere e vendere i prodotti acquistati dalla società italiana.

 

Considerando quanto sopra, dovrebbe essere chiara l’importanza di una redazione oculata del contratto in questione al fine di tutelare pienamente questo tipo di transazioni commerciali. 

Ricordando lo scopo puramente informativo di questo tipo di notizie, invitiamo a considerare a vostra disposizione il nostro staff al fine di ricevere assistenza sul punto, come per qualsiasi chiarimento.

 

 

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