Studio legale Picozzi Morigi
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Domenica, 24 settembre 2017
Newsletter Cina

Newsletter 6/17

05-09-2017

Secondo semestre 2017, Startup Updates –  Nuova facoltà di modificazione semplificata di atto costitutivo e statuto di startup costituite con procedura online e firma digitale.

L’italia prosegue nella sua corsa alla creazione di un ambiente startup friendly.  La nuova facoltà di modifica dell’atto costitutivo e dello statuto prende le mosse dal decreto Mise 17 febbraio 2016 che ha istituito le modalità semplificate di costituzione per le c.d. Startup Innovative. Dal 22 giugno 2017, le startup così costituite, possono modificare tali atti online con la medesima procedura adottata per la costituzione, ossia mediante semplice firma digitale. La modifica era stata anticipata dal cd. Investment Compact - in cui si stabiliva non soltanto che le startup innovative potessero optare per costituirsi con firma digitale (risparmiando in tal modo tempo e costi derivanti dalla costituzione mediante ordinario atto pubblico sottoscritto presso un notaio) ma anche che, l’atto costitutivo e lo statuto potessero essere modificati successivamente online secondo un modello uniforme adottato con decreto del Ministro dello sviluppo economico – l’ultima parte della disposizione ha trovato la sua attuazione lo scorso 4 maggio con l’emissione del Decreto Direttoriale sul punto.

Si segnala inoltre che la normativa relativa alle Startup, implementata dall’Italia dal 2012 ad oggi (di cui più volte si è discusso in questa rubrica) si è aggiudicata la medaglia d’argento in Europa secondo il “policy tracker” dell’European Digital Forum. L’Italia nel 2016 è quindi salita sul podio davanti ad Inghilterra, Spagna e Francia preceduta solo dall’Olanda. Il giudizio verteva sulle capacità dei vari Stati di fornire sostegno alla startup economy valutando: formazione, accesso al capitale, agevolazioni fiscali, dati & privacy e mobilità dei lavoratori. Sono stati presi in considerazione gli sforzi compiuti in questo senso nel corso degli ultimi 5 anni.

A prescindere dal piazzamento in Europa, la necessità di sviluppare un’economia nazionale dinamica e le capacità di attrarre investitori esteri risultano ad oggi imprescindibili, il complesso delle norme startup tende proprio in questa direzione, rimaniamo quindi in attesa di discutere con voi gli ulteriori sviluppi della normativa sul punto.

 

Newsletter 5/17

14-06-2017

Contratto di distribuzione commerciale in Italia - nuovi chiarimenti della Suprema Corte di Cassazione

 

In una recente pronuncia la seconda sezione della Suprema Corte di Cassazione ha riaffrontato il tema del contratto di distribuzione commerciale, noto in Italia anche come “Contratto di Concessione di Vendita”. Data la frequenza con cui questo contratto viene concluso con gli operatori esteri ne proponiamo di seguito un brevissimo commento. 

La pronuncia (Cass. civ. sez.II, 27 Febbraio 2017, n. 4948 testo integrale in lingua italiana) interviene sia la natura del contratto in questione, sia chiarendo i limiti delle obbligazioni in capo alle parti del contratto, interessando quindi sia  i giuristi, come i possibili contraenti italiani e cinesi. Le specificazioni che seguono valgono in particolare dove la legge del contratto sia quella Repubblica Italiana e i diritti relativi allo stesso, come ad esempio l’esecuzione o risoluzione di tale accordo, siano portati all’attenzione del giudice nazionale.

1. Premessa

Il contratto di distribuzione commerciale in Italia è considerato contratto atipico (ossia non espressamente regolato dal diritto civile nazionale); in uso nelle pratiche commerciali, viene frequentemente concluso anche tra contraenti domestici ed esteri. Nel caso specifico, le parti contraenti interessate dalla pronuncia della Corte, sono una società italiana ed una austriaca. 

La società italiana (o “concedente”) ha citato in giudizio la società austriaca (“distributrice”) chiedendo la risoluzione del contratto di distribuzione commerciale per inadempimento della società austriaca richiedendone anche la condanna della stessa al risarcimento dei danni. Secondo quanto dedotto in giudizio dalla società Italiana, il contratto di distribuzione commerciale imponeva alla distributrice di svolgere l'attività di promozione e vendita di prodotti acquistati dalla concedente con l'obbligo del raggiungimento di quantitativi minimi di vendita; la stessa concedente ha inoltre contestato alla società austriaca di aver interrotto unilateralmente il rapporto commerciale, cessando di acquistare e vendere i suoi prodotti. La società austriaca, ammettendo di aver interrotto l'esecuzione del contratto di distribuzione commerciale, ha contestato gli inadempimenti della società concedente per aver violato il patto di esclusiva concesso per il territorio austriaco. La società convenuta pertanto ha specificato di aver risolto il contratto di propria iniziativa e per questa ragione ha richiesto al tribunale, in via riconvenzionale, di accertare la risoluzione del rapporto negoziale per inadempimento della società italiana con condanna di quest'ultima al risarcimento dei danni. Il giudizio di primo grado è stato reso in favore della società italiana concedente. 

La società austriaca ha così proposto appello averso tale sentenza sfavorevole. Il giudice d’appello, riformando parzialmente la sentenza di primo grado ha rigettato la domanda della società italiana ritenendo questa fosse fondata sull'eccezione di inadempimento della distributrice, per il suo mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. La Corte d'Appello ha tuttavia rilevato che il contratto non prevedeva in favore della concedente alcun risarcimento del danno per l'ipotesi di mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita. La clausola contrattuale presa in esame, infatti, conferiva alla società italiana soltanto il diritto a porre termine al rapporto negoziale. La domanda di risoluzione proposta dalla società austriaca per violazione del patto di esclusiva è stata anch’essa rigettata dal giudice d'appello.

La società italiana ha pertanto proposto ricorso per Cassazione, lamentando che la domanda di risoluzione del contratto doveva ritenersi fondata sull'inadempimento derivante dal recesso operato dalla società austriaca che aveva di fatto interrotto gli acquisti della merce e non sul mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita, come invece rilevato dal giudice d'appello.

 

2. Decisione della Corte di Cassazione

In primo luogo, la Corte di Cassazione ha confermato che il contratto di distribuzione commerciale (o concessione di vendita) è un contratto atipico di scambio (ad es. tra parte A e parte B, dove la seconda si occuperà in seguito di promuovere la vendita ad altri soggetti, ancora ad es. in un determinato territorio) che va distinto dal contratto di Agenzia, dove il profilo della collaborazione tra “parte A” e “parte B” è la caratteristica principale.

La Corte ha specificato inoltre, che il contratto ha natura di “contratto normativo” da cui derivano determinati obblighi per la parte a cui per prima i beni vengono trasferiti, la quale dovrà tenere conto delle condizioni determinate nel contratto di distribuzione commerciale, nel concludere i futuri contratti di compravendita. Secondo la Corte, quindi, il contratto di distribuzione commerciale ha funzione di “accordo quadro” che regola i futuri contratti con i soggetti esterni al rapporto.

Il concedente, “parte B” nel nostro esempio, ha inoltre l’obbligo di incrementare la commercializzazione dei prodotti secondo le istruzioni impartite dal concedente, sempre considerando quanto stabilito dalle parti nelle clausole dell’accordo.

La corretta esecuzione di tali obblighi determina il corretto adempimento del contratto in questione, e in caso contrario, potrà dare luogo alla risoluzione per inadempimento, con la possibilità di richiedere quindi il risarcimento del danno.

Nel caso concreto era stato previsto un “minimo d’affari”, un limite minimo di vendite. 

Sul punto la Corte ha specificato che il mancato raggiungimento di tali obbiettivi, per poter dar luogo al risarcimento, debba essere considerato dalle parti di importanza tale da determinare la risoluzione del contratto, e che questo debba risultare dalle specifiche previsioni delle parti e dal loro comportamento concreto. 

Esaminato il contratto, la Suprema Corte ha così evidenziato che il mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di vendita non era stato valutato dalle parti come evento di una importanza tale da determinare la risoluzione del contratto e che questa ipotesi – sempre per il volere delle parti - avrebbe conferito al concedente soltanto il diritto a porre termine al negozio.

In ogni caso, la Corte richiamando l’art. 1455 del Codice Civile  secondo il quale “A fronte della proposizione di una domanda di risoluzione per inadempimento fondata sul verificarsi di determinate conseguenze pregiudizievoli per il creditore, il giudice deve tener conto della condotta tenuta dal debitore e dalla capacità di questa di favorire la consumazione di tali conseguenze, ai fini della valutazione dell'importanza dell'inadempimento”  ha affermato che la distributrice austriaca doveva comunque ritenersi inadempiente rispetto all'obbligo di promuovere e vendere i prodotti acquistati dalla società italiana.

 

Considerando quanto sopra, dovrebbe essere chiara l’importanza di una redazione oculata del contratto in questione al fine di tutelare pienamente questo tipo di transazioni commerciali. 

Ricordando lo scopo puramente informativo di questo tipo di notizie, invitiamo a considerare a vostra disposizione il nostro staff al fine di ricevere assistenza sul punto, come per qualsiasi chiarimento.

 

 

Newsletter 4/17

27-04-2017

 

 

Newsletter 4/17

 

Investire in Italia: permesso di soggiorno speciale per investitori stranieri

La legge di bilancio 2017, ha introdotto un nuovo permesso di soggiorno speciale della durata di 2 anni (rinnovabile per ulteriori 3, dietro determinate condizioni) con la possibilità per i familiari del beneficiario di ottenere il relativo ricongiungimento familiare; le modifiche introdotte a fine 2016, sono attualmente in vigore. 

Il Testo Unico dell’Immigrazione, la legge italiana regolante l’ingresso in Italia di cittadini stranieri, è stata modificata, inserendo un nuovo articolo che prevede un tipo di permesso speciale “per investitori”. Il nuovo permesso di soggiorno biennale non segue gli ordinari limiti annuali ai flussi di immigrazione regolati dal Ministero dell’Interno, e quindi sarà indipendentemente e immediatamente rilasciato ai cittadini stranieri che intendano effettuare in Italia:

  •  -  Un investimento minimo di EUR 2.000.000,00 (≈ RMB 14.694.000,00) in titoli emessi dal Governo Italiano (investendo per almeno 2 anni); o
  •  -  Un investimento minimo di EUR 1.000.000,00 (≈ RMB 7.347.000,00) in azioni di una società costituita e operante in Italia, (anche in questo caso, per almeno 2 anni); o
  •  -  Un investimento minimo di EUR 50.000 (≈ RMB 367.350,00) in azioni di startup-innovative iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. Per maggiori informazioni su “start-up VISA” e start-up innovative sono a vostra disposizione i recenti legal report dello studio legale P&M; o ancora
  •  -   Una donazione di carattere filantropico minimo EUR 1,000,000.00 a sostegno di un progetto di pubblico interesse, nei settori della cultura, istruzione, gestione dell’immigrazione, ricerca scientifica, recupero beni culturali e paesaggistici.

Al fine di avviare le pratiche, la legge oltre alla sussistenza di almeno di una delle condizioni A-D, richiede di:

  •  -   Dimostrare di essere titolari e beneficiari effettivi degli importi minimi (es. 1 milione di Euro per lettere B e D), importo che, specifica la legge, “deve essere in ciascun caso disponibile e trasferibile in Italia”.
  •  - Presentare una dichiarazione scritta in cui il richiedente si impegna a utilizzare i fondi di cui alle lettere A-D per effettuare un investimento/donazione, entro tre mesi dalla data di ingresso in Italia.

Le attività di verifica e il procedimento sono regolati mediante decreti separati. La dichiarazione scritta va presentata insieme con la certificazione di provenienza lecita dei fondi ed una copia del documento di viaggio in corso di validità con scadenza superiore di almeno tre mesi a quella del visto richiesto.

Le autorità possono revocare il permesso se i fondi non sono investiti o donati entro il termine specificato al punto 2, come altresì su richiesta dell’interessato possono estendere il permesso per successivi 3 anni se la somma è stata interamente impiegata nel corso dei 3 mesi previsti e risulta ancora investita al momento della richiesta di estensione.

Infine, chiunque nell’ambito della procedura esibisce o trasmette atti e documenti falsi ovvero fornisce dati e notizie non corrispondenti al vero, è punibile, secondo il medesimo articolo di legge, con la reclusione da 1 anno e 6 mesi fino a 6 anni.

 

 

 

 

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